18 ottobre 2006

Pierre de Coubertin

A cura di Gianluca Morassi
corrispondente del quotidiano "La Provincia di Como"
Portava i baffi a manubrio che con gli anni si accorciarono e imbiancarono. Aveva uno sguardo ascetico e curioso, un fisico minuto. Se avesse fatto sport poteva essere solo un fondista, o ancor meglio, un maratoneta. Ma solo di rado lo si vedeva pedalare in sella ad un velocipede.Non praticava altre attività motorie. Eppure a lui lo sport deve l'invenzione dei Giochi olimpici e la costruzione della struttura organizzativa che l'ha sorretto a livello mondiale fino ai nostri giorni. Si chiamava Pierre de Coubertin. Era nato a Parigi il 1° gennaio 1863 da una famiglia della media nobiltà francese. La madre era una fervente cattolica e sognava per il figlio una carriera ecclesiastica. Mentre il padre, uomo probo che coltivava la passione per la pittura, voleva per lui una divisa militare o la professione legale. Lui, terminato il liceo si iscrisse alla Ecole libre de sciences politiques. Fu un appassionato studioso di pedagogia e politica, ma non praticò né l'una né l'altra. In politica fu un liberal-conservatore, seguace di Toqueville e propugnatore di quello che oggi si definirebbe uno stato leggero e federalista.In campo pedagogico il barone francese era un ammiratore di Thomas Arnold che a partire dalla pubblic school di Rugby (dove era preside) rinnovò il modello educativo inglese. De Coubertin lo definisce "il più grande educatore dei tempi moderni, colui che, più di qualunque altro inglese, è responsabile della prospettiva attuale e dell'espansione prodigiosa del suo Paese. Con lui l'atletismo penetra in un grande collegio e lo trasforma e, dal giorno in cui la prima generazione plasmata dalla sue mani, fu lanciata all'esterno, gli affari dell'Impero britannico cambiarono aspetto". Il futuro inventore delle Olimpiadi attraversò più volte la Manica per studiare il sistema scolastico inglese: ne auspicava l'adozione in Francia. Lui ne trasse ispirazione per elaborare i principi dello sport moderno e dell'olimpismo che - secondo de Coubertin - devono essere prima di tutto strumenti di crescita fisica e morale dei giovani. Principi che il barone francese vedeva esaltati in quello che definiva atletismo, e che si può identificare nello sport di matrice anglosassone. Che - secondo de Coubertin - educa al sacrificio, alla disciplina e alla responsabilità, senza togliere nulla all'autonomia e alle capacità decisionali del singolo. In ciò l'atletismo si differenziava dalla ginnastica tedesca che, per l'inventore delle Olimpiadi, rappresentava invece uno strumento del nazionalismo e del militarismo. Proprio alla luce di queste considerazioni, per de Coubertin deve essere stata un'amara beffa dover assistere all'undicesima edizione dei Giochi olimpici, quella organizzata con spirito nazionalista, militarista e razzista dal regime nazista, a Berlino, nel '36.De Coubertin era un idealista, ma anche un abile organizzatore attento al più piccolo dettaglio pratico. Aveva una visione elitaria della società, ma conosceva arti e strumenti per affascinare e convincere le masse. Credeva nel darwinismo sociale e vedeva nello sport uno strumento per far emergere i migliori, eppure di lui tanti ricordano soltanto il motto "l'importante è partecipare, non vincere". Una frase che de Coubertin non pronunciò mai: a pronunciarla fu un arcivescovo anglicano di Pennsylvania, durante una cerimonia di saluto ai partecipanti ai Giochi di Londra 1908 nella cattedrale di Saint Paul. Aborriva lo sport professionistico, con il suo contorno di appassionati e scommettitori, ma nel 1936 poco prima della morte in una dichiarazione ad un giornale francese tenne a chiarire: "Che vecchia e stupida storia, quella del dilettantismo olimpico. E quanto mi hanno rimproverato, e sempre a torto, la pretesa ipocrisia del giuramento olimpico. Ma leggetelo, questo famoso giuramento di cui sono il padre felice e fiero. Dove è scritto che esige dagli atleti che scendono nello stadio olimpico un dilettantismo che io sono il primo a riconoscere come impossibile? Con il giuramento io non chiedo che una cosa: la lealtà sportiva. Ed essa non è appannaggio dei soli dilettanti". Un chiarimento che contraddiceva i feroci comportamenti censori fino ad allora tenuti dal Cio. Che negò all'italiano Carlo Airoldi la partecipazione alla prima maratona olimpica di Atene, con l'accusa di aver intascato 2000 pesatas per la vittoria alla mille chilometri Milano-Marsiglia-Barcellona. E più tardi, nel 1913, sempre con l'accusa di professionismo, l'organismo di cui de Coubertin fu fondatore e presidente fino al 1925 cancellò le due vittorie di Jim Thorpe alle Olimpiadi di Stoccolma.Siamo quindi di fronte ad un personaggio complesso, forse anche contradditorio. Come complessi e contradditori erano gli anni che visse, a cavallo tra due secoli, fra tradizione e modernità, tra positivismo e idealismo, tra universalismo e nazionalismo, tra tentazioni autoritarie e spinte democratiche.L'inventore dei Giochi fu un interprete della sua epoca. In vita e dopo la sua morte fu accusato di essere anglofilo, razzista, reazionario e imperialista. Sono accuse cancellate dal Nobel per la pace attribuitogli nel 1920. E sono colpe che nessuno può imputargli, anche se alcune sue dichiarazioni possono far pensare il contrario. Ma le sue sono tutte frasi che vanno inserite nel contesto storico e culturale in cui furono pronunciate. Perché de Coubertin era un uomo del suo tempo, educato nel rispetto della tradizione, nel nostalgico ricordo della monarchia, ma che comprese presto l'ineluttabile avanzata di nuovi protagonisti della società. Capì la necessità di aperture democratiche, però le voleva guidate dall'alto. Quindi fu paternalista più che democratico, temeva il socialismo e la contrapposizione sociale, ma non fu mai reazionario. Fu maschilista e misogino ed in quanto tale fu sempre contrario alla partecipazione femminile alle Olimpiadi. Un'opposizione che, nel 1925 a Praga, contribuì a fargli perdere la presidenza del Cio. De Coubertin credeva nella superiorità della civiltà, della storia e della cultura francesi. E visse gli anni e i fermenti della revanche francese dopo la sconfitta di Sedan e l'esperienza della Comune parigina. In questo clima va letta la dichiarazione attribuita a de Coubertin: "Perché la Francia non potrebbe rendersi protagonista di resuscitare lo spirito e gli splendori di Olimpia, la Francia che più di ogni altra nazione moderna possiede in sé tutti i requisiti di civiltà e cultura, anche sportiva?" Una frase che il barone potrebbe aver pronunciato a margine della conferenza parigina del 25 novembre 1892, in cui per la prima volta in pubblico annunciò l'intenzione di far rivivere i Giochi olimpici. Il progetto fu formalizzato un anno e mezzo dopo, al Congresso mondiale dell'educazione fisica, che si tenne alla Sorbonne dal 16 al 24 giugno 1894. Ancora due anni e le Olimpiadi sarebbero state realtà. Giochi che nascevano ad Atene, richiamandosi al mito e ai riti dell'antica Grecia. Mito e riti che per de Coubertin erano anche strumento per elevare culturalmente lo sport, per renderlo universale e per costruirvi attorno una nuova religione civile. Che, in quanto tale, aveva bisogno di richiami passati, simboli e ritualità da tutti conosciuti. Si può quindi azzardare che, nella riproposizione di alcuni momenti dei Giochi dell'antica Grecia compiuta de Coubertin, la componente strumentale necessaria al successo della sua invenzione superasse quella ideale. Quindi, un calcolo di un fine conoscitore della psicologia delle masse più che un sogno di un inguaribile idealista romantico. Eppure, prima della morte - avvenuta a Losanna il 2 settembre 1937 - il barone francese chiese che il suo cuore fosse seppellito ad Olimpia. Così è stato fatto.

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