21 marzo 2008

TORNO OGGI DALL'INFLUENZA

TACCIO, e non voglio mettermi a pensare a quello che è capitato alla vigilia dei Campionati Italiani di Cross, che ritengo di aver preparato discretamente bene con un'ottimo allenamento anche effettuato a Collesalvetti. Il venerdì mi è "arrivata" una terribile influenza che mi ha tenuto per 5 giorni a letto con febbre che è passata da 38 1/2 a 39 1/2 con una facilità indescrivibile per la mia agonia e il fardello che sono diventato per chi mi stava vicino, sopportandomi con passo angelico alle mie lamentele. Oggi è il primo giorno che metto il muso fuori e il tempo non è clemente neppure per fare una sgambata di 30 minuti vista la pioggia che non molla.
Intanto beccatevi questo commento ... che io è un po' che lo dico , ma che evidentemente bisogna sempre vedere chi dice le cose (e cosa dice: certo è che è più importante chi dice cosa):

LA DENUNCIA DI LUCIANO BARRA

Luciano Barra, per molti anni segretario generale della Fidal durante il periodo della presidenza di Primo Nebiolo, quindi autorevole menbro della AEA, cioè dell’ associazione europea dell’atletica, prendendo spunto dalla maratona di Roma , ha messo il dito sulla piaga della proliferazione sempre più incontrollata delle corse su strada nel nostro paese e della partecipazione sempre più massiccia di atleti africani, per lo più keniani, ad ogni manifestazione con conseguente strangolamento delle possibilità di trovare spazio al sole per gli atleti italiani ed europei in genere. Ieri a Roma molti spettatori, dopo aver visto passare il nugolo di atleti keniani del tutto sconosciuti al comando della corsa, se ne sono tornati a casa assolutamente indifferenti al risultato agonistico della maratona capitolina, altro che applaudire entusiasti al passaggio degli atleti come qualcuno ha voluro far credere dai microfoni della Rai. Il problema denunciato da Luciano Barra è molto complesso perché coinvolge direttamente anche organizzatori e manager degli stessi atleti africani che però tirano diritti per la propria strada non preoccupandosi minimamente di andare contro al buon senso. Non c’è dubbio che continuando di questo passo per il mezzofondo italiano si avvicinerà sempre più l’opzione zero. Non è però comprensibile che la Fidal resti asetticamente neutrale di fronte ad uno spettacolo televisivo come quello di ieri a Roma. Più che alla maratona della Capitale sembrava di assistere al campionato nazionale keniano. D’accordo con la libera circolazione dei lavoratori anche dello sport, ma credo che ci sia un limite a tutto. E come ha sottolineato con durezza il dott. Barra, il limite della decenza è stato superato da un pezzo.
LETTERA APERTA AD AMICI DELL’ATLETICA
Quanto abbiamo visto ieri sulla Maratona di Roma (e non mi riferisco agli aspetti organizzativi) merita un commento ed una presa di posizione di chiunque abbia un minimo di amore per l’atletica Italiana (e non solo quella).
Vedere 28 Africani nei primi 30 a metà gara e 13 nei primi 15 al traguardo può sicuramente servire a risollevare le finanze di qualche povera famiglia Keniana e di qualche intraprendente manager, ma di certo non serve a far si che l’Italia e l’Europa tornino ad essere quello che erano fino ad una decina di anni fa. Nessuno pensa di mettere la palla di ferro ai piedi degli africani o a voler fare del razzismo nei loro confronti, ma la cosa necessita una regolamentazione.
In Italia ogni settimana si svolgono una decina di gara su strada. In tutte, anche nel Giro del mio Palazzo, ci sono sempre tre Keniani (o Africani). Loro vincono perché sono più forti, incassano i premi insieme ai loro manager e vanno via. E’ diventata una colonizzazione alla rovescia. Nel tennis, ed in molti altri sports, Federer non può competere nel torneo del mio villaggio, Bode Miller non puo’ sciare in gare che non sono classificate solo per lui e via di seguito.
In atletica, anche in pista, tutto è permesso. E questo è la morte dell’atletica.
L’Italia ha vantato grandi tradizioni nel mezzofondo e fondo: da Franco Arese che all’inizio degli anni settanta è stato contemporaneamente primatista di tutte le distanze dagli 800 ai 10.000, a Zarcone, Fava, Cova, Mei , Antibo, Panetta, Scartezzini, Lambruschini, Bordin, Bettiol, Pizzolato, Poli, Baldini etc. etc. etc.?
Oggi a distanza di oltre 30 anni nessuno in Italia è in grado di correre i suoi tempi di Arese nei 5000 e 10000 , specialità che non erano le sue. Vladimir Kutz, da solo e sulla tennisolite, nel 1957 ha corso all’Olimpico di Roma in 13.35, tempo che in Italia nessuno ha corso nel 2007.
Perché un atleta dovrebbe allenarsi ore ed ore se poi non trova le motivazioni (ed i soldi) per giustificare questo sacrificio? Non è un altro sintomo preoccupati che molti dei migliori tecnici Italiani trovano più comodo allenare atleti Africani?
In un momento in cui gli ascolti dell’atletica internazionale sono al minimo storico proprio perché gli atleti Europei non esistono nelle corse, in un momento in cui l’Eurovisione, grande finanziatore dell’atleta Europea e Mondiali, sta decidendo di tagliare i cordoni della borsa, in questo momento è dovere di tutti noi gridare: basta salviamo l’atletica!
Per questo ho deciso di lanciare una campagna per regolamentare la situazione in Italia ed in Europa.
La vostra attenzione sarà solamente benedetta.
Luciano

(www.toptraining.it)

p.s. si legge (pierogiacomelli.it)
Doping, atletica: Procura Coni deferisce Petrei La procura Antidoping del Coni ha chiesto 2 anni di squalifica per Antonello Petrei. L’atleta, tesserato per la Società Running Club Futura, è stato deferito al Giudice di ultima istanza del Coni in materia di doping perché positivo al Nesp, proteina sintetica in grado di stimolare la produzione di globuli rossi, a Trasacco lo scorso 22 agosto.

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